Le recenti manifestazioni di protesta scoppiate nella provincia di Latina (clicca qui per leggere la notizia) ci ricordano la gravissima situazione in cui versano le infrastrutture per la piccola nautica nel nostro Paese e, in particolare, la cronica mancanza di scivoli pubblici per il varo e l’alaggio.
Vogliamo tornare a parlarne – dato che tutti, ma proprio tutti, se ne sono dimenticati – in seguito alle vibranti proteste messe in atto da moltissimi diportisti della costa laziale a cui va tutta la nostra solidarietà.
L’Italia, una volta, era piena di scivoli, presenti in ogni micro-paese affacciato sul mare e sui laghi. Se li erano costruiti i pescatori, li avevano fatti le municipalità perché servivano ai gozzi e alle paranze, li tenevano come le cose sante le stesse cooperative.
Poi, pian piano, quest’incredibile ricchezza è stata mandata in malora: perché la pesca si è ridotta, i pescatori professionisti sono passati a barche più grandi che richiedono altre strutture, o semplicemente perché gli scivoli richiedono manutenzione e i Comuni – cui è stata sciaguratamente conferita la gestione del demanio marittimo – preferiscono spendere soldi in consigli di circoscrizione e consulenze pagate agli amici, ma sulle manutenzioni degli scivoli, che a loro dire non portano voti, sono abitualmente spilorci.
E’ successo anche di peggio: parecchi scivoli, per evitare seccature, sono stati sbrigativamente demoliti; altri che ancora esistono sono stati invece chiusi, sbarrati, castrati: sono note, e le abbiamo a più riprese descritte sulle pagine della nostra Rivista, le furibonde battaglie tra gommonauti e Comuni per utilizzare gli scali chiusi d’ufficio per non ben precisati «motivi di ordine pubblico».
Da Nord a Sud la situazione, purtroppo, non cambia. L’area attorno alla Capitale è ormai pressoché priva di un accesso pubblico e gratuito!
Molti lettori ci dicono che – di fatto – da Latina a Civitavecchia è quasi impossibile accedere al mare autonomamente!
A quanto pare i sindaci non ne vogliono letteralmente sapere di scivoli per la piccola nautica, perché comportano il problema del parcheggio delle auto e dei carrelli, senza capire che ogni «canotto» messo in acqua potrebbe comunque generare un onesto e non trascurabile indotto (ci riferiamo, per esempio, al lavoro in più che si potrebbe portare a bar, ristoranti, locali vari, alberghi, gestori di parcheggi, distributori, officine di riparazione, eccetera).
Senza scordarci che talvolta certe scelte ottuse sono in realtà il risultato di «inciuci» con gli amministratori locali («io faccio lavorare te con la gru, e alle prossime elezioni voti per me!»).
E questa sarebbe, dunque, la strategia del Belpaese per la piccola nautica, per favorire il turismo popolare lungo le nostre coste, per dare a tutti gli italiani – specie quelli piccoli, che hanno soltanto due settimane di ferie da trascorrere in gommone – il diritto di godersi un po’ di mare?
Scusateci, ma tra pochi giorni saremo (quasi) tutti in vacanza e ci sentiremo ancora una volta raccontare dall’esperto di turno che la nautica minore «bla bla bla», che i diritti dei cittadini «bla bla bla». Eccetera, eccetera.
Perché in questo Paese che ha dato i natali a santi, eroi e navigatori, forse le sole cose che sul mare funzionano davvero sono e rimangono le promesse da marinaio.






















