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Come si sceglie una cima d’ormeggio?

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Sul numero di gennaio/febbraio (n. 365) della Rivista Il Gommone (ora in edicola o in edizione digitale) trovate, un interessante servizio sulle cime, una di quelle dotazioni praticamente indispensabili a bordo di un gommone (e non solo).

I «vecchi lupi di mare» sanno bene che le cime non si raccolgono, ma si «colgono». Non si buttano, ma si «passano». Non si legano, ma con loro si «dà volta» alla bitta. E spesso hanno pure un’anima.

Ma come sono fatti i cordami nautici, uno vale l’altro oppure ce ne sono di più adatti per i nostri gommoni?

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Le gloriose fibre vegetali, quali la resistente canapa (unico cavo che veniva catramato), o il cocco (tipico per la sua elevata elasticità e leggerezza), la manilla (preferita da molti per le sue qualità intermedie), il sisal, la piassava, il formio, la spartea (o sparto), la pitta, la juta e il cotone (che veniva usato soltanto dalle imbarcazioni di lusso), fanno parte della storia e sono ormai utilizzate soltanto dalle imbarcazioni d’epoca.

Il cordame utilizzato dai gommoni, sia per l’ormeggio sia per il rimorchio e altri possibili scopi, è costituito oggi esclusivamente da fibre sintetiche. Le cime possono essere prodotte secondo la maniera tradizionale, con avvolgimento (commettitura) destro (a Z) o sinistro (a S) delle filacce, dei legnoli ed eventualmente dei cordoni, oppure con la più moderna modalità a treccia, che dà origine a cordame caratterizzato da un numero di legnoli commessi in un senso e uno stesso numero nel senso contrario.

I cavi tradizionali sono asimmetrici, mentre quelli a treccia prendono le volte con minore facilità e hanno il vantaggio di una maggiore flessibilità. In linea generale, le più morbide e maneggevoli sono di solito le cime meno resistenti, quelle ottenute dalla «commettitura» dei legnoli sono più diffuse rispetto alle cime a treccia e risultano più facilmente impiombabili.

Anche le cime possono avere l’«anima» o no: si tratta di una cima più sottile interna, attorno alla quale vengono commessi i vari legnoli. Inoltre, possono essere ricoperte da una «calza» di protezione.

I cavi costruiti in maniera tradizionale, con tre o quattro legnoli, hanno maggior tendenza alla formazione delle volte, quindi l’anima si rende indispensabile soltanto per le cime con più di tre legnoli, entro le quali viene a formarsi un piccolo spazio che, se non riempito, diventa la causa di deformazione che porta alla rottura. L’anima, in definitiva, garantisce la forma cilindrica, appesantisce la cima e diminuisce flessibilità ed elasticità.

Come si sceglie allora una cima d’ormeggio? Il più delle volte ci facciamo consigliare dal nostro negoziante di fiducia, ma è molto importante avere una propria competenza e, dunque, sapere che una cima deve essere scelta in funzione della sua resistenza, dell’elasticità, del peso e della galleggiabilità, del comportamento di fronte agli sforzi improvvisi e agli strappi, della durata, della resistenza, della maneggevolezza, della resistenza agli agenti con i quali può entrare in contatto e allo sfregamento.

Talvolta può risultare utile conoscerne la temperatura di fusione, in considerazione del fatto che lo sfregamento produce attrito e calore. Infine, dobbiamo essere in grado di sceglierne il diametro e il tipo a seconda dell’ormeggio, della risacca e dei venti predominanti, delle dimensioni del nostro gommone e del suo dislocamento.

Ma quanto devono essere lunghe le cime d’ormeggio? Dipende dal gommone, dalla zona d’ancoraggio, dalla vicinanza o meno tra di loro di bitte di banchina, eccetera. Comunque sia, non è il caso di risparmiare: due spezzoni da 10 metri l’uno sono il giusto senza esagerare, anche se il buon gommonauta terrà a bordo una «riserva» di almeno un’altra ventina di metri, per rinforzi o emergenze.

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RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Il Gommone
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