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Ospiti in gommone: chi paga se si fanno male?

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Capita spesso di trasportare amici, parenti, ospiti occasionali sul proprio gommone per un’uscita in mare. Questo tipo di trasporto si qualifica in termini giuridici come trasporto «amichevole» o «di cortesia», vale a dire che viene svolto in assenza di un obbligo da parte del conduttore dell’unità, che nel contratto è definito «vettore».

Il trasporto amichevole si basa su relazioni di cortesia o di amicizia o di convenienza e non è, quindi, un rapporto contrattuale con obblighi giuridici.

Proprio perché non c’è vincolo contrattuale, come nel contratto di trasporto di persone (passeggeri), in caso di incidente e, quindi, di danno alla persona trasportata, il Codice della Navigazione (art. 414) stabilisce che può derivare a carico del vettore solo una responsabilità extracontrattuale, cioè quella che si indica come responsabilità per fatto illecito.

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Il vettore, infatti, sarà tenuto al risarcimento del danno solo se il danneggiato proverà, oltre al danno subìto, il dolo o la colpa grave del vettore stesso, cioè che il danno sia stato provocato intenzionalmente (dolo) oppure per una «grave» imperizia, negligenza o imprudenza (colpa grave).

Si può facilmente intuire quanto sia difficile nel caso di trasporto amichevole in mare ottenere il risarcimento del danno. Nel campo della circolazione stradale, invece, la materia è regolata dall’articolo 2054 del Codice Civile, il quale stabilisce che il conducente è obbligato a risarcire il danno prodotto alle persone «Se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitarlo».

Si parla, a questo proposito, di colpa presunta del conducente, cioè questi si presume in colpa fino a prova contraria da parte sua: trattasi, quindi, di una forte tutela del danneggiato.

Per molti decenni era stato consolidato nella giurisprudenza l’orientamento teso ad escludere l’applicabilità di questa norma ai trasportati a titolo di cortesia.

Si diceva che il trasportato poteva preventivamente valutare il rischio della circolazione stradale e che, quindi, lo accettava con l’instaurazione del rapporto di trasporto.

Nel 1998 la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10629 affermò, per la prima volta, che l’art. 2054 del Codice civile «Esprime principi di carattere generale applicabili a tutti i soggetti che da tale circolazione comunque ricevano danni e quindi anche ai trasportati quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia ovvero contrattuale».

Il principio da allora è pacificamente accettato nella giurisprudenza. Ma come è regolata la responsabilità nell’utilizzazione delle unità da diporto?

Se volete saperne di più potete richiedere l’articolo in PDF pubblicato sul fascicolo n. 328, maggio 2014 cliccando qui.

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