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L’Editoriale

Dopo gli anni della caduta, dal 2008 al 2013, a partire dal 2014 è iniziata la rimonta della nautica italiana. A rilevarlo è il recente Rapporto pubblicato da CNA Nautica intitolato «Dinamiche e prospettive di mercato della filiera nautica del diporto», giunto quest’anno alla sesta edizione.
Tra gennaio 2014 e gennaio 2018 la produzione di imbarcazioni da diporto nel nostro Paese è aumentata del 33,1%, segnando una performance migliore dell’andamento medio del settore manifatturiero e portando il fatturato complessivo del comparto a quattro miliardi di euro, poco sotto il livello del 2009. Sta riemergendo la storica eccellenza produttiva che la crisi aveva azzannato dolorosamente, complici le politiche penalizzanti dell’«eraMonti»: la più devastante di tutte – la ricorderete – fu la tassa di possesso sulle imbarcazioni da diporto, una follia che mise in ginocchio il mercato nazionale, allontanando dagli approdi italiani un gran numero di diportisti e spingendoli verso gli scali dei Paesi limitrofi, dove questa imposizione non esisteva. Il provvedimento – la cui assurdità apparve chiara fin da subito nel comparto – fu in seguito abolito, ma non senza lasciare strascichi pesanti, danni gravissimi le cui conseguenze si soffrono ancora oggi: anche nel 2016, infatti, la flotta italiana immatricolata registrò un calo.
Oltre a scontare i danni provocati da miopia politica e invidia sociale, che trasformano un gommone in un oggetto di gran lusso e il suo proprietario in un evasore fiscale incallito, da noi la nautica da diporto paga – purtroppo – anche la sottovalutazione di una contabilità statistica a maglie ridotte.
Quando si pesa il valore economico (e sociale, in termini di occupazione e ricchezza diffusa) del comparto, si tiene conto soltanto dell’attività strettamente cantieristica, vale a dire della costruzione e della riparazione di imbarcazioni, senza valutare tutte le altre strutture produttive e di servizio funzionali alla nautica da diporto. Un insieme molto ampio di prodotti, che spazia dal settore tessile (vele e cime) ai mobili (arredi interni), dalla produzione e installazione di macchine e apparecchiature (impianti) ai prodotti in metallo (eliche, àncore), dalla meccanica (motori) alla strumentazione (bussole, radar, Gps, software, eccetera).
Connessa alla nautica, inoltre, c’è un’ampia gamma di servizi turistici e portuali, che va dalle scuole nautiche al trasporto delle imbarcazioni, dal rimessaggio al refit. Un combinato disposto che vale il 44%del giro d’affari (contro il 56%della produzione) e che rende la nautica molto più rilevante di quanto emerga dalle statistiche ufficiali, che non ne fanno percepire il reale valore economico e occupazionale e, quindi, non permettono di misurarne e apprezzarne la portata.
La piccola dimensione delle imprese rappresenta il tratto caratteristico del settore. Dai dati Istat aggiornati al 2015 risulta che le imprese con meno di 50 addetti sono il 97,9%della totalità e contribuiscono al 46,8%dell’occupazione, al 21,8% del fatturato e al 35,1%del valore aggiunto.
Negli anni della crisi la cosiddetta «piccola nautica» (le imprese che fatturano fino a 5,1 milioni di euro) è stata colpita, però, da un autentico tsunami economico. Tra il 2009 e il 2014 sono state spazzate via il 13,9%delle imprese con il 23,9%di addetti, un dato peggiore del sistema manifatturiero complessivo, che ha perso il 9,7%delle imprese e il 12,2% dei dipendenti. Una selezione darwiniana che ha riguardato, in particolare, le imprese meno dotate patrimonialmente (le società di persone sono calate del 25,9%, le ditte individuali del 16,9%) lasciando in sostanza intatto il numero di società di capitali, diminuite del 2,9%.
Speriamo che il nuovo Governo tenga bene a mente tali numeri, non si dimentichi di questa eccellenza del made in Italy e riesca a dare una scossa supplementare soprattutto al mercato interno, che continua a marciare – seppur con il segno positivo – un po’ con il freno a mano tirato!
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