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L’Editoriale

Sentiamo spesso parlare in ambito politico ed economico di un’Italia a due velocità.
Da una parte il Nord tiene (almeno così sembra) il passo delle nazioni europee più evolute e dall’altra il Sud marcia – si dice – a un’andatura inferiore. Questa disomogeneità ha creato – di fatto – una dicotomia sempre più evidente. Attenzione però: con ciò non vogliamo dire che il Nord sia meglio del Sud né viceversa, diciamo solo che, escludendo pochi fortunati casi di successo, le aziende che operano prevalentemente in Settentrione sembrano meglio attrezzate e più integrate nel mercato europeo e mondiale.
Questo è un processo che si sta velocemente affermando anche nella nautica più piccola.
A differenza dei cantieri di grandi yacht, abituati a confrontarsi a livello planetario, le aziende medio-piccole – in particolare quelle che costruiscono battelli pneumatici – hanno cominciato da poco tempo (non più di quindici anni) a rapportarsi con l’estero, sospinte probabilmente dalla necessità di trovare nuovi sbocchi commerciali a seguito della spaventosa contrazione della domanda interna registrata dopo il 2008.
A costo di apparire severi nell’analisi, diciamo che tra le oltre cento aziende di gommoni presenti in Italia, soltanto una ventina hanno saputo diversificare e affrontare nuovi promettenti mercati.
Per farlo si sono attrezzate nel modo più idoneo: un rete di dealer locali, materiale promozionale in lingua, listini stilati secondo le aspettative della clientela, prodotti in linea con i gusti dei diportisti di quel Paese, eccetera. Soltanto chi ha perseguito caparbiamente questo obiettivo ha ottenuto risultati positivi.
Un tempo Francia e Germania sembravano l’Eldorado della gommonautica e tutti ci si «fiondavano» con grandi aspettative. Nel recente passato, però, ci è capitato di registrare troppa improvvisazione da parte di alcuni cantieri italiani (indipendentemente dalla loro provenienza), per non parlare di certe «collettive» – pagate con i soldi dei contribuenti – che trasmettevano al visitatore delle fiere più una sensazione da «pizza, pasta e mandolino» anziché l’idea della tecnologia e del gusto italiano.
Sarà per questo che agli ultimi Saloni invernali (il «Nautic» di Parigi, il «Mets» di Amsterdam e il «Boot» di Düsseldorf) il numero di cantieri italiani di gommoni partecipanti è stato leggermente inferiore al passato.
Presentarsi a kermesse prestigiose come quelle citate senza un’adeguata preparazione equivale quasi a fare un buco nell’acqua. Bisogna tenere conto che gli stranieri, chi più e chi meno, apprezzano il prodotto italiano di qualità (i gommoni in special modo), ma restano diffidenti nei nostri confronti e, dunque, molto prudenti, soprattutto se l’interlocutore non si dimostra sufficientemente affidabile. Ed ecco spiegato il motivo per cui alcuni non sono riusciti a «sfondare».
Ci chiediamo: se soltanto una piccola parte di imprese italiane è riuscita a fare un vero salto di qualità, le altre quale futuro avranno? E’ vero che ci sono quelli che hanno scelto di fare «numeri piccoli», pochi esemplari, molto personalizzati, o di lavorare soltanto nella propria area di residenza, tutte scelte rispettabili. Ma che dire di chi, anziché rispettare le regole, preferisce viverne al di fuori? E parliamo di Nord e Sud indistintamente. Se non sei in regola all’estero non puoi andarci: e allora perché in Italia lasciamo che certe cose accadano, danneggiando l’intero mercato?
Non stiamo parlando dei massimi sistemi, tant’è che al recente Nauticsud di Napoli (la fiera nautica più importante in Italia dopo il Salone nautico di Genova), per esempio, ci siamo imbattuti in tante, troppe aziende che esponevano battelli privi della targhetta «CE», obbligatoria per legge e sulla quale devono essere riportati il nome del cantiere costruttore, la marcatura «CE», la categoria di progettazione, il numero di persone trasportabili e il peso massimo imbarcabile, oltre al numero di identificazione (CIN, acronimo di Craft Identification Number).
La giustificazione è sempre la solita: la «fretta da salone», un modello completato in fretta e furia a poche ore dall’apertura della fiera. E la cosa grave è che nessuno dice niente! In Francia (ma non solo) si sarebbero immediatamente presentati gli ispettori del ministero competente! Casi come quelli di Napoli, però, li abbiamo trovati anche in altre manifestazioni in giro per il Bel Paese, segno che in Italia le regole hanno sempre un qualcosa di «facoltativo». E i sacrosanti diritti dei consumatori nuovamente calpestati, con poche tutele da parte di chi dovrebbe proteggerli.
Buona navigazione a tutti!