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L’Editoriale

Lo scorso dicembre Ucina – Confindustria Nautica e Nautica Italiana, le due associazioni che rappresentano le principali aziende del settore nel nostro Paese (oltre duecento aderenti la prima, un centinaio la seconda), hanno deciso di unirsi in un’unica realtà che si chiamerà «Confindustria Nautica».

Nautica Italiana era nata nel 2015 a seguito di una burrascosa scissione di alcune imprese, capitanate dai gruppi Ferretti e Azimut, dalla stessa Ucina. A questo doloroso distacco seguirono anni difficili con scontri durissimi. Una «battaglia navale» in cui le due fazioni, Ucina da una parte e la neonata Nautica Italiana dall’altra, si scambiarono accuse praticamente su tutto.

A distanza di quattro anni, grazie alla mutata consapevolezza (da soli, è ormai assodato, non si va più da nessuna parte!) e alla mediazione del nuovo presidente di Ucina – Confindustria Nautica Saverio Cecchi, eletto nel maggio del 2019, le due associazioni hanno finalmente ricominciato a parlarsi e a definire un percorso comune che nel 2020 (probabilmente a giugno, al termine di un iter amministrativo e burocratico piuttosto complicato) porterà alla riunificazione effettiva.

L’industria nautica nazionale ha, pertanto, la concreta possibilità di mettersi definitivamente alle spalle anni turbolenti, resi ancora più difficili dalla crisi economica, che di certo non ha aiutato il clima generale e la distensione. Tuttavia, il «peso specifico» maggiore (misurato in fatturato e numero di addetti) all’interno della neonata Confindustria Nautica continueranno ad averlo i costruttori di maxi-yacht, benché due dei principali «attori» del settore (guarda caso Azimut e Ferretti) abbiano, per il momento, deciso di rimanere alla finestra.

La piccola nautica – numericamente più rilevante al pari degli «accessoristi» – nonostante i lodevoli sforzi di alcuni dei suoi rappresentanti, continuerà a rimanere ai margini dei grandi processi decisionali? Speriamo proprio di no, visto che oltre il 70 per cento di ciò che «galleggia» nel nostro Paese è costituito da natanti (barche e gommoni in primis). Sarebbe un vero peccato se la nascita di questa «nuova» associazione portasse con sé le lacune delle due che l’hanno preceduta. Difficile, al momento, dare giudizi o fare previsioni. Molto, infatti, dipenderà da come si configurerà il nuovo gruppo direttivo e quali sensibilità saranno individuate, al fine di rendere «centrale» la nautica più piccola (quella che una volta veniva definita «minore») nella politica del neonato sindacato. Il 2020 sarà un anno cruciale. Bisognerà, infatti, dare continuità alla ripresa (soprattutto al mercato interno) e cercare di affrontare concretamente molte questioni ancora aperte, dalla revisione del Codice della Nautica, alla piena operatività del registro telematico, fino allo spinoso tema dei saloni nazionali. Senza dimenticare il problema degli scivoli, che rappresenta una gravissima lacuna infrastrutturale del nostro Paese.

Buona navigazione a tutti!

 

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